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Come il vento tra i mandorli

Come il vento tra i mandorli michelle cohen corasanti

Iniziamo da questo libro, non perché sia il mio preferito ma semplicemente perché l’ho appena terminato.

Come il vento tra i mandorli, di Michelle Cohen Corasanti, è un romanzo ambientato in Palestina. Attraverso la vita del suo protagonista, Ichmad, l’autrice ripercorre una fetta della storia della rivalità israelo-palestinese.
La storia di per sé ha un andamento quanto meno ottimista, quasi fantastico (anche se nella pagina dei ringraziamenti l’autrice si riferisce a Moe Dab come sua fonte di ispirazione, quindi forse qualcosa di vero c’è).

Palestina, 1955. La famiglia di Ichmad viene privata della sua casa dagli israeliani. Ormai ex proprietari terrieri, Ichmad e i suoi si ritrovano a doversi ricostruire una vita, una casa, una condizione dignitosa. Proprio come in una fiaba, le cose peggiorano per una circostanza sfortunata: il padre di Ichmad viene arrestato ed imprigionato, perché sospettato di tramare contro il governo di Israele. Questo accade a causa di Ichmad, che ingenuamente aiuta un vero terrorista a nascondere delle armi nel giardino della loro casa. Da questo momento Ichmad diviene l’uomo di famiglia e l’eroe della storia. Essendo il maggiore di tre fratelli, deve abbandonare gli studi per poter lavorare nei cantieri. Per compensare l’incarcerazione del padre, di cui si farà una colpa per tutta la vita, assume le redini della famiglia, rinunciando a coltivare il suo talento per la matematica.

Sarà il suo professore ad insistere perché continui gli studi: dopo avergli impartito lezioni private, riesce infine a convincere Ichmad a sfruttare il suo genio per la fisica e ad iscriversi all’università di Gerusalemme. Circondato dagli ebrei, che inizialmente avverte come nemici, pronti a tendergli un tranello ad ogni passo, Ichmad riuscirà a guadagnarsi il rispetto dei coetanei e dei professori grazie al suo talento, arrivando anche a superare la diffidenza di un professore israeliano in nome della ricerca scientifica. Di qui in poi la sua strada, a parte qualche intoppo di tipo personale, è segnata verso il successo, e lo porterà fino al MIT di Boston.

Come dicevo, la storia ha del fantastico. Lo stile a volte è un po’ prolisso, si sofferma eccessivamente sui particolari o indulge in episodi che non hanno una vera funzione nell’economia della storia. Il tutto, senza riuscire a creare quell’atmosfera magica e affascinante che è tipica di una certa letteratura mediorientale.

Dov’è il volo di questo libro? Dov’è la vita in più che questo libro regala?
Di vero e proprio volo non parlerei. Se qualcosa di nuovo può aver aggiunto alla mia conoscenza, è la parte che riguarda la crudeltà. La crudeltà nella perquisizione di Ichmad all’ingresso della prigione, che è la stessa cattiveria che ispira i bulletti del collegio e la stessa insensata mostra di forza che si rivela in occasione degli eccidi nei confronti di arabi innocenti.
Se non altro questo romanzo ha il pregio di ribaltare un po’ quello che è il punto di vista scolastico sugli ebrei, mettendo in luce che il loro governo ha compiuto delle attività non esattamente “sante” come la terra cui il popolo aspirava.
Magari è per bilanciare tutto questo che serve una storia così fantastica. Forse serve qualcosa di “bello e a lieto fine” per smorzare un po’ i toni drammatici di questa crudeltà. Ciò non toglie che la trama sia un po’ troppo inverosimile, anzi direi deboluccia.
In ogni modo qualche spunto interessante c’è. Frasi, qualche sprazzo di pensieri, poco più che battute, che però hanno un che di pedagogico. Dico pedagogico, perché mi sembra un po’ questa la sostanza del romanzo, insegnare.

Come Ichmad insegna a Menachem ad essere un professore, al di là delle differenze religiose, fino a portare il suo messaggio di pace a Stoccolma, così l’autrice sembra disseminare qui e là dei piccoli insegnamenti. Io ve ne ripropongo un paio, perché mi sembrano l’aspetto più interessante del libro.

Non si può vivere di rabbia, figlio mio.
(il padre di Ichmad, rivolto al figlio)

Lei non vuole ascoltarmi perché sono arabo. Preferirebbe un approccio meno valido, piuttosto che considerare quello che le sto dicendo.
(Ichmad a Menachem)

Odiare è come autopunirsi. Pensi che loro siano tristi perché tu li odi?
(Ichmad a suo fratello Abbas)

  • Autore: Michelle Cohen Corasanti
  • Genere: Romanzo (377 pp.)
  • Filone: Letteratura israeliana
  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Anno di pubblicazione: 2013


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