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Il rosso e il nero: Julien Sorel alla conquista della ricchezza

Il rosso e il nero Stendhal

«Ognuno per sé, in questo deserto di egoismo che si chiama la vita!»

Francia, 1830 circa. Julien Sorel, protagonista de Il rosso e il nero, è un giovane ambizioso ma povero. Figlio di un carpentiere di Verrières, provincia montana al confine con la Svizzera, Julien cresce col mito di Napoleone e sogna di imitarne le gesta arruolandosi nell’esercito. Il periodo storico, però (siamo nel pieno della Restaurazione, quando anche solo pensare a Napoleone è un rischio), lo induce a ripiegare sulla carriera ecclesiastica: più noiosa e meno eroica, per Julien è l’unica possibile strada per fuggire dalla sciatta provincia e conquistarsi una poltrona a Parigi.

I suoi studi lo conducono in due case (e in due alcove) altolocate; la prima è quella del sindaco di Verrières, dove Julien si innamora, ricambiato, della signora de Rênal. La seconda è, finalmente, la casa parigina del marchese de La Mole. Intanto Julien si scontra con la crudeltà e l’ipocrisia della vita intorno ai centri di potere, siano essi il seminario o i castelli dei nobili. Ogni parola va attentamente soppesata, ogni risposta calibrata tra lealtà e orgoglio: lo scherno e la riduzione allo stato di servo sono sempre in agguato.

Un’epoca di transizione

Il rosso e il nero, romanzo che ha consegnato Stendhal alla fama è una lungo, lento viaggio dentro un’epoca sospesa: quella a cavallo tra lo shock della Rivoluzione Francese e i fasti dell’Impero napoleonico, e l’instaurazione della Seconda Repubblica.
Una fase di transizione piena di tensioni, in cui la rivendicazione del sangue blu è tanto più accesa quanto più si avvertono gli scricchiolii del sistema delle classi.

Cosa distingue i nobili? Non la ricchezza, condivisa con arricchiti di ogni risma; come il volgare Valenod, che specifica il prezzo di ogni arredo e alimento sulla sua tavola a beneficio degli ospiti. Non la cultura, che nei nobili manca o è impartita da precettori di umili origini (e questa è proprio la fortuna di Julien, abilissimo nel latino e tanto determinato da imparare interi testi antichi a memoria). A separare i nobili dai borghesi rimane solo il passato: l’orgoglio di poter vantare «antenati che salivano sulle carrozze del re», riservando a tutti gli altri un’espressione di non celato disprezzo.

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Questo è l’universo in cui si muove, cercando di farsi strada, Julien Sorel: all’inizio in modo goffo e maldestro, inciampando nei gesti e nelle parole, ma mai ingenuamente. Julien sa che la sua unica speranza di elevarsi è nascondere il suo vero essere (i libri su Napoleone, l’ateismo), dire esattamente il contrario di ciò che pensa e difendere il suo orgoglio, o la sua cultura, l’unica cosa che lo distingue dai suoi rozzi fratelli. A chi gli legge dentro, come la signora Derville, Julien «ispira molta diffidenza» perché «dà l’impressione che stia sempre meditando qualcosa e che agisca solo per calcolo».

Un protagonista di cui diffidare

Così la pensano anche i suoi compagni di seminario: quelli stolti e poveri, la cui fede è alimentata con i prosciutti e il vino mangiati a piene mani al seminario, ne diffidano. Quelli più accorti, invece, riconoscono in lui la loro stessa sete di potere. Ed ecco perché Julien è sempre solo, senza amici, sostenuto solo da due figure paterne (due uomini di chiesa) conquistati anch’essi con l’inganno. «La tua carriera sarà difficile. […] La gelosia e la calunnia ti perseguiteranno. Dovunque la Provvidenza vorrà metterti, i tuoi compagni ti guarderanno sempre con odio; e se fingeranno di amarti, sarà per tradirti con più sicurezza.» gli profetizza l’abate Pirard.

«Potrete far fortuna, – gli dice invece il curato Chélan – ma dovrete nuocere alla gente misera, adulare il viceprefetto, il sindaco, l’uomo importante, e assecondare le sue passioni»: è questo il moderno «saper vivere» per un mal nato.

Due piani: pensiero e azione

Tutto il romanzo è giocato su questa doppiezza, su un contrasto (tra desiderio e comportamento, tra pensato e detto). Si intuisce già dal titolo de Il Rosso e il Nero: sia che si accolga l’interpretazione mainstream del rapporto tra i due colori (il primo sarebbe il colore delle giubbe dell’esercito, il secondo quello delle vesti dei preti), sia che si aderisca alla più moderna interpretazione moderna del filosofo Alain Badiou – che scrive «il nero è la reazione in tutte le sue forme e il rosso la rivoluzione in tutte le sue forme. In Julien Sorel, il doppio istinto: a sistemarsi (istinto del nero) e a stordirsi (istinto del rosso). Istinto della vita mediocre e istinto della morte eccessiva».

Julien si muove tra due estremi: nel lavoro, nelle relazioni e nell’amore fa e dice il contrario di ciò che vorrebbe. Sempre per elevarsi, per nascondere le sue umili origini e mostrarsi già per quella ricca e potente figura che vorrebbe diventare. Anche se detesta essere un provinciale, è della ingenuità della signora di Verrières che si innamora, ed è alla lealtà del suo amico più sempliciotto, Fouqué, che infine tributa ammirazione. Ambisce a una vita che sa essere falsa, vuole circondarsi di persone che in fondo disprezza e che non nascondono di considerarlo un paria – in questo senso il sacrificio di tutti i suoi ideali gli è perfettamente inutile.

Un romanzo lento

Chiaramente tutto questo meditare, preparare il discorso e la sua interpretazione, incide sullo stile del romanzo. Ogni pur minimo avvenimento deriva da una lunga serie pensieri, ipotesi, ragionamenti – quelli del protagonista e dei suoi interlocutori – ed è preceduto da una lenta descrizione dei retroscena messi in campo dai vari personaggi. Quando infine Julien cede all’istinto, lo fa a suo danno: in quel momento il tempo inizia a galoppare, raccogliendo tutti gli errori di valutazione e gli sgarbi che il protagonista e i suoi amici hanno fatto in passato ed indirizzandoli ovviamente contro Julien: il più umile, quindi il più debole, nonostante tutto.

  • Titolo originale: Il Rosso e il Nero. Cronaca del 1830 (Le Rouge et le Noir)
  • Autore: Stendhal (Marie-Henry Beyle)
  • Genere: Narrativa
  • Filone: Letteratura francese – Classici
  • Traduzione: Maurizio Cucchi
  • Casa editrice: Mondadori
  • Anno di pubblicazione: 2003 (1830)

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