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Pastorale americana: scontro tra generazioni sul sogno americano

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Lo Svedese cercava quella che aveva interpretato come una più nobile vocazione, ed era stato tanto sfortunato da trovarla. La responsabilità di eroe della scuola l’ha seguito per tutta la vita. Noblesse oblige. L’eroe sei tu, perciò devi comportarti in un certo modo: un modo obbligato.

Pubblicato nel 1997, Pastorale americana narra la storia dell’America dagli anni Quaranta alla metà dei Settanta attraverso le vicende della famiglia Levov. Da molti definito un romanzo epico, ha fatto la fortuna di Philip Roth, che per questo libro ha vinto il premio  Pulitzer.

New Jersey, anni Quaranta. Seymour, detto lo Svedese, è il figlio di Lou Levov, ebreo e americano di seconda generazione, proprietario della fabbrica di guanti di Newark. Grazie all’abilità nello sport, Seymour diventa l’eroe del suo paese: icona del baseball, con le sue imprese distrae la comunità ebraica dagli orrori della guerra in Europa. La sua vita è costellata di successi: ama il suo lavoro nella fabbrica del padre, sposa Dawn, reginetta di bellezza, acquista la casa dei suoi sogni ed è un padre felice. La fortuna di Seymour è interrotta dalla figlia, Merry: ostile alla guerra del Vietnam, vittima del suo infantile ideale di giustizia,finisce per diventare la pedina di terroristi e santoni. Fa esplodere l’ufficio postale di Old Rimrock, sconvolgendo il paese e la vita della sua famiglia.

Il romanzo è suddiviso in tre parti: nella prima a far da voce narrante è Skip Zuckerman, scrittore e alter ego di Roth, che, anche se adulto, non ha ancora superato il mito dello Svedese. Un incontro casuale è l’occasione per raccontare la sua storia, a partire dal liceo, per continuare con la parabola della sua armonia familiare. La seconda e la terza parte, infatti, si concentrano sulla vita dello Svedese dopo l’attentato e la fuga di Merry. Passano anni prima che lui abbia sue notizie, anni durante i quali, tiranneggiato dalla perfida Rita Cohen (a sua volta una terrorista), Seymour è tormentato dal dubbio di aver determinato la pazzia della figlia.

E questa è solo una piccola parte di ciò che si intende con la frase: «Passano cinque anni». Una piccolissima parte. Tutto ciò che lo Svedese legge o vede o sente ha un unico significato. Non c’è nulla che venga percepito impersonalmente.

La storia dello Svedese è il simbolo di una crisi di valori, una perdita dei tradizionali punti di riferimento: tra lui e Merry c’è non solo un salto generazionale, ma un abisso culturale. Seymour è il classico bravo ragazzo, smagliante nel suo ruolo di figlio esemplare, brillante sportivo, padrone generoso… tutto al contrario Merry, irriverente fin da piccola, adolescente arrabbiata, terrorista.

Lui remissivo, «fatalmente attratto dal suo dovere, fatalmente attratto dalle sue responsabilità»; così perfetto da sembrare destinato a un’infinita fortuna, è in realtà una persona repressa, la cui debolezza è svelata dal gesto folle della figlia. Ma lo Svedese non riesce a dargliene colpa, e attribuisce gli eccessi di Merry prima alle cattive compagnie, poi ai suoi errori, senza approdare a una svolta. Infatti Seymour, ancor più che debole, è immobile. L’unica ribellione della sua vita gli è servita per sposare la cattolica Dawn. Per il resto, è sempre stato una persona ragionevole: ha educato Merry in modo così moderno e dialogante da perdere il controllo su di lei; accetta ogni capriccio di Dawn pur di farle superare il trauma, sempre pronto a sacrificare se stesso per gli altri.

Accondiscese al suo desiderio senza nemmeno cercare di farle capire che la ragione per cui se ne voleva andare – perché Merry era sempre lì, in ogni angolo, in ogni stanza, Merry a un anno, a cinque, a dieci – era la ragione per cui lui voleva rimanere, una ragione non meno importante della sua.

Persino di fronte al tradimento della moglie e dell’amante, Seymour reagisce con rabbia, con violenza, ma solo nella sua mente.

rimase là seduto, eternamente inerte: immobile, fiacco, inerte (…) Doveva arrivare alla fine della cena senza pensare alle uniche cose alle quali poteva pensare. Avrebbe dovuto fare così per sempre. (…) Altrimenti sarebbe esploso.

In realtà il suo mondo è già esploso da un pezzo. La favola della casa nel bosco, della fabbrica dove il proprietario è amico dei dipendenti, è storia passata. La città di Newark, una volta fiorente centro industriale, è ormai una periferia abbandonata, devastata dalle proteste, dove rubano persino le strade. Ma lo Svedese è cieco, la sua fede nel sogno americano è incrollabile, lui ama l’America e ogni suo simbolo, perché per la sua famiglia ha rappresentato la terra delle opportunità.

È Merry che «lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana»: rompe il percorso razionale del padre, e lo Svedese capisce «che non c’è un senso». Seymour perde completamente le coordinate della sua vita, quasi perde la ragione.

Mai più lo Svedese sarà contento (…). Impara  a vivere dietro una maschera. Una prova di resistenza durata tutta la vita.

Pastorale americana richiede molto impegno. La lettura è complessa già a causa della sintassi, caratterizzata da periodi lunghi e pieni di subordinate. La traduzione, poi, complica notevolmente l’esperienza del lettore: probabilmente per riprodurre lo stile dell’autore, finisce per essere eccessivamente letterale, a tratti incomprensibile. Ma non è solo questo, sono la trama e la struttura a renderlo una lettura faticosa.

pastorale americana philip roth recensione libroSi passa da una storia leggera, un flashback glorioso sulla vita dello Svedese, alla sua rovina. Lo Svedese è solo; è l’ultimo della sua specie ed è incompreso. Circa metà libro riporta il suo flusso di coscienza, immergendo il lettore nel suo tormento di padre, di figlio, di marito. Un monologo insistente, ripetitivo, non preannunciato da virgolette, irrompe nel racconto del fatto, nel dialogo, ferma il tempo della storia e lo riavvolge indietro. E questo accade di continuo. Proprio come nella vita reale, anche nelle pagine c’è un pensiero che ritorna e si avvita su se stesso, angosciosamente, ossessivamente.

Alla fine è il lettore a essere ossessionato: finirà questo continuo rimuginare, questo incessante darsi addosso? Uscirà mai – lo Svedese, il lettore – da questo immobilismo?

  • Autore: Philip Roth
  • Genere: Romanzo (462 pp.)
  • Filone: Letteratura americana
  • Traduzione: Vincenzo Mantovani
  • Casa Editrice: Einaudi
  • Anno di pubblicazione: 2013 (1997)


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