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La guerra non ha un volto di donna

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“A fine giornata avevo il sangue fin nei capelli”.

La produzione letteraria di Svetlana Aleksievič si apre con una cronaca della seconda guerra mondiale delle donne sovietiche: un conflitto non solo osservato, ma combattuto in prima linea al fianco degli uomini, partecipando a orrori e responsabilità. Quando nel 1976 la scrittrice iniziò le ricerche per “La guerra non ha un volto di donna” voleva scrivere un libro «tale da provocare nausea e repulsione» per la guerra. La storia che intendeva raccontare era la verità scomoda che tutti si erano impegnati a dimenticare e che fu all’origine delle difficoltà di pubblicazione del volume.

Si calcola che 19 milioni di russi abbiano perso la vita nel conflitto. Soldati, partigiani, civili ridotti alla fame o arsi vivi nelle loro case durante l’avanzata tedesca: di tutto questo era rimasta scarsa traccia nella memoria sovietica. Lo slogan della Vittoria era ossessivamente ripetuto a coprire gli orrori del conflitto, i sussidiari erano “riscritti tre volte” per tramandare il ricordo di una Grande Guerra Patriottica.

Nell’infanzia di Aleksievič qualcosa non torna: i «villaggi di sole donne» mal si conciliano con una retorica della guerra gloriosa e tutta al maschile. Lo scollamento tra la vita vera e i resoconti ufficiali la spinge, in questo libro come in quelli che seguiranno, a cercare una prospettiva diversa (lo farà anche in “The last witnesses: 100 unchildlike stories“, adottando il punto di vista di altri testimoni muti, i bambini). La scrittrice rifugge la finzione tipica della narrativa e contrappone alla Storia delle gesta eroiche una storia di piccole cose: dettagli, sentimenti, «normali esistenze prese nel vortice della guerra». Fondamentale in questo processo è l’incontro letterario con Ales Adamovich e i suoi romanzi fatti di «voci della vita reale». Per anni Aleksievič ha combattuto contro la ritrosia delle reduci, ne ha raccolto e trascritto le testimonianze: il risultato è una chiacchierata intima tra amiche, resa con una “scrittura polifonica” e coinvolgente che le è valsa il premio Nobel per la Letteratura 2015.

La verità di Aleksievič è quella crollata addosso a milioni di uomini e donne in guerra. «Eravamo pieni di ideali», fedeli alla Patria, sicuri l’Armata Rossa avrebbe sconfitto i nazisti in poco tempo. Hanno trovato armamenti obsoleti e proiettili centellinati, il nemico alle porte di casa, la fame. Il trauma decisivo si verifica a tu per tu con la natura umana: «solo a contatto con la morte» si scopre che un soldato affamato può mangiare un bambino, che uno assetato di rabbia può trucidare un nemico e violentare una nemica. Solo di fronte alla morte il tedesco smette di essere un nazista e recupera la sua fisionomia umana.

Tutto questo non trova spazio nella narrazione ufficiale, ma vive nei ricordi delle donne; e che donne! Abituati a “Rosie the riveter“, con Aleksievič incontriamo una realtà diversa: «prima sorpresa: le professioni militari» delle ragazze russe, le stesse degli uomini.
La composizione delle testimonianze realizza una cronaca del conflitto: i primi sentimenti descritti sono l’entusiasmo, la voglia di combattere per la Patria, stupore, umiliazione e determinazione nell’impatto con la guerra, perché l’esercito non vuole femmine, ne deride la debolezza e le ridicolizza con pastrani fuori misura e biancheria da uomo.

«Durante la guerra ho smesso di essere donna, dicono in tante, per molto tempo non ho potuto avere figli».

Il corpo si ribellava, così da rendere tragicomico il tentativo di riconciliarsi con la propria natura ricamando fazzolettini di notte, risparmiando una scaglia di sapone.

«Mi viene da ridere a vedere i film di guerra. Te la immagini un’infermiera in gonna che striscia sul terreno per recuperare un ferito?»

Sul campo hanno le stesse responsabilità degli uomini, ma una volta tornate a casa la diversità di ruoli si riafferma con prepotenza. I reduci sono mariti tanto più ambiti quanto più portano sul corpo i segni del conflitto, veri e propri cantori di tattiche militari ed eroiche avanzate. Le donne sono relegate a ruoli casalinghi, costrette a nascondere di essere state al fronte, mutilate di una parte della loro esistenza e “defraudate della vittoria” sotto la minaccia di essere considerate cattivi partiti. Il ritorno alle “scarpette col tacco” è una condanna al silenzio, o a tramandare i resoconti ufficiali inculcati da mariti e fratelli.

Con gli uomini le testimoni di Aleksievič condividono non solo le battaglie, ma anche il tradimento della patria. Nessuno le difende dall’accusa di promiscuità con gli uomini. Chi è stato prigioniero dei tedeschi, se sopravvive alle torture, è comunque spacciato: per Stalin non è un eroe ma una spia da deportare; sua moglie condividerà il suo destino di reietto, sopravvivendo ai margini della società.
«Anche l’epoca è una patria», scrive lucidamente l’autrice: quando il tempo degli ideali finisce, quando ci si scontra con la realtà della guerra e si viene ripagati con la vera natura di un regime ingrato e sospettoso, in un attimo si è apolidi (uno dei lavori successivi di Aleksievič sarà il racconto dei suicidi seguiti al crollo dell’ideologia comunista, in “Incantata dalla morte“).

Il libro di Aleksievič è una grande lezione di giornalismo –l’operazione verità spinge l’autrice a inserire in questa edizione anche brani che originariamente aveva censurato-, ma è anche uno strumento potente per leggere l’attualità.

«Totale dedizione alla causa del popolo; non esiste sfera privata. I nostri compiti sono eguali a quelli degli uomini; facciamo i turni come loro, rischiamo allo stesso modo. Siamo combattenti a tutti gli effetti».

Queste parole, pronunciate dalle volontarie delle Unità di autodifesa femminili del popolo curdo in lotta con l’Isis, ci riportano a uno scenario di guerra non meno atroce di quello raccontato nel libro. A distanza di 70 anni, altre donne, mentre lottano per sopravvivere alla violenza fisica e culturale, affermano con le armi la loro eguaglianza.

  • Autore: Svetlana Aleksievic
  • Genere: Reportage (442 pp.)
  • Filone letterario: Narrativa straniera
  • Casa editrice: Bompiani
  • Anno di pubblicazione: 2015


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