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Palazzo Yacoubian: l’esordio geniale di Al-Aswani

Palazzo Yacoubian ala al-aswani

Palazzo Yacoubian, romanzo di esordio di ‘Ala Al-Aswani, è un piccolo capolavoro. Vi trovano posto la consueta ironia e l’amore per il dettaglio, uniti a una critica politica decisa ma non stridente con la struttura narrativa.

Il Cairo, fine anni ’70. Palazzo Yacoubian, costruito negli anni Trenta come residenza di lusso di un miliardario armeno, è diventato, negli anni, un edificio popolare. Tutti i personaggi del romanzo hanno un legame con i suoi appartamenti: da Zaki Bey, un aristocratico seduttore, a Taha, figlio del portiere col sogno di servire lo Stato. Da Hagg ‘Azzam, losco commerciante che desidera entrare in politica, ad Hatim Rashid, la cui omosessualità lo trascina in una spirale di degrado, a Buthayna, la fidanzata di Taha, costretta a subire le molestie dei suoi datori di lavoro. A imprimere una svolta alle loro vite è l’incontro con la politica e la corrottissima burocrazia, la religione o la depravazione. A fine giornata, tutti tornano nel Palazzo, dove a volte i personaggi si salvano gli uni con gli altri, più spesso si intrecciano con epiloghi tragici.

Anche se è stato scritto più di dieci anni prima, Palazzo Yacoubian ha molto in comune con Cairo Automobile Club, che ne costituisce, in un certo senso, il prequel: in entrambi i casi, ‘Ala Al-Aswani prende le mosse da un edificio della capitale egiziana per descrivere un’epoca, attraverso il racconto minuto della quotidianità. Al di là delle singole storie, i temi affrontati dal libro sono talmente forti che ne ostacolarono, nel 2001, la pubblicazione. Il ritratto dell’Egitto che ne risulta è impietoso, e lo si capisce soprattutto nel confronto con Cairo. Se in quel libro la critica si appuntava sulla monarchia e sui suoi torbidi rapporti con il governo britannico, leggendo Yacoubian si capisce che, a distanza di trent’anni, nulla è cambiato: la politica non è stata purificata dalla rivoluzione dei Liberi Ufficiali, e continua a essere decisa nei ristoranti, non nei palazzi, a colpi di mazzette e non di democrazia. L’unica differenza è che, invece che essere circondati da whisky e carte da poker, come facevano gli inglesi, i funzionari egiziani, spesso di origini popolari, prendono le decisioni mangiando kebab e fumando la shisha.
A dar conto di questa situazione, oltre allo stesso autore nella descrizione del ristorante orientale dello Sheraton, è Zaki Bey, un personaggio bifronte, che all’inizio il lettore prende in antipatia, per compatirlo e comprenderlo verso la fine del libro.

«Chi ama ‘Abd al-Nasser è un ignorante o uno che se ne approfitta. Gli Ufficiali liberi erano un gruppo di ragazzi che venivano dalla feccia della società… Governarono l’Egitto, lo derubarono, lo depredarono e guadagnarono milioni. Ovvio che amino ‘Abd al-Nasser, lui era il capo della masnada».

Appartiene a questa risma anche Kamal al-Fuli, un voltabandiera della peggiore specie, vero e proprio deus ex machina della politica cairota, che sarà la fortuna e la rovina di Hagg Azzam.

Tutti i personaggi di Palazzo Yacoubian celano un segreto: quello di Hatim Rashid è l’omosessualità, per Buthayna è il vero motivo per cui viene pagata, ‘Azzam addirittura nasconde una moglie. Taha, deluso dal suo Paese, che gli nega un posto in polizia solo per le sue origini umili, finisce per trovare conforto nei gruppi islamisti dello sheikh Mohammad Shaker, fino a diventare un terrorista.

«Questo presunto governo democratico falsifica le elezioni, arresta gli innocenti e li tortura per mantenere in eterno la sua cricca di governanti sul trono… Gridiamo loro: noi non vogliamo una nazione socialista o democratica. Noi vogliamo una nazione islamica, islamica».

I brani sulla radicalizzazione di Taha sono di grande attualità. La sua vita viene inquadrata entro schemi precisi, senza costrizione ma con la forza della persuasione: l’offerta di benessere e di nuove amicizie nasconde il controllo totale che gli sheikh assumono sulla sulla sua vita, fino a imporgli il matrimonio e a indurlo al martirio.

«Dio mi guardi dal voler importi qualcosa. Incontrerai Radwa, parlerai con lei… poi prenderai la tua decisione. Ti consiglio di dare un’occhiata al libro sul matrimonio nell’islam… e sappi, figlio mio, che sposare la vedova di un martire con un figlio orfano, duplica la tua ricompensa, con il volere di Dio».

Oltre ai protagonisti, Al-Aswani dipinge una ricca galleria di personaggi secondari, non meno suggestivi. Tra questi c’è Abaskaron, lo scaltro servo di Zaki, che ogni sera, prima di andare a letto, «prende il piccolo lapis che porta sempre dietro l’orecchio e annota l’importo dei suoi guadagni», ottenuti attraverso piccole ruberie.
E suo fratello Malak, che con occupazioni abusive vuole espandere il suo controllo su diversi stanzini del terrazzo e che sarebbe ispirato a un camiciaio realmente incontrato dallo scrittore a Palazzo Yacoubian.
E ancora: Hamed Hawwas, dirigente trasferito al Cairo a causa di una lite col suo capo, e diventato «uno dei più grandi formulatori di denunce della zona».

Prima sceglie le vittime, provando un sadico piacere… e non trascura le pratiche fino alla fine, malgrado la fatica che gli costa. Si considera infatti responsabile del buon funzionamento dei servizi pubblici della zona dove abita o anche semplicemente delle strade dove passa per caso.

Impossibile non arrendersi a questa ironia. Anche se non ha la stessa genialità di Cairo Automobile Club, Palazzo Yacoubian si rivela intrigante nella storia e divertente nello stile: un ottimo esordio, una lettura stimolante.

  • Autore: ‘Ala Al-Aswani
  • Genere: Romanzo (215 pp.)
  • Filone: Letteratura nordafricana
  • Traduzione: Bianca Longhi
  • Casa editrice: Feltrinelli
  • Anno di pubblicazione: 2002

2 Commenti

  1. Pingback: Karnak Café – unlibrounvolo

  2. rardvox

    hi 🙂 bross 🙂

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