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La morte di Ivàn Il’ič: religione e passione nei racconti di Tolstòj

Lev Tolstoj raccontiLa morte di Ivàn Il’ič e altri racconti è un’antologia di scritti di Lev Tolstòj selezionati da Igor Sibaldi, esperto di filosofia e letteratura russa. Nel volume, edito da Mondadori nella collana Oscar classici, si trovano quattro storie a firma del romanziere russo: oltre a La morte di Ivàn Il’ič (1886), Camminate nella luce finché avete la luce (1888), Karma (1894) e Il diavolo (1889).

La raccolta è introdotta da una lunga e dettagliatissima cronologia e dalla prefazione del curatore, quest’ultima intesa a svelare il senso della selezione a partire da due temi chiave: la morte (argomento del primo racconto) e il sesso (centrale nell’ultimo), i due grandi insoluti della poetica tolstoiana.

Perché si muore? Può un uomo accettare la propria fine? Ivàn Il’ič, sventurato protagonista del primo racconto, non ci riesce: durante la lunghissima agonia il suo atteggiamento nei confronti della morte passa dalla rabbia cieca e indistinta alla paura, dall’incredulità agli sprazzi di speranza. Il tutto intervallato da rari accenni di vittimismo e miseri tentativi di razionalizzazione (se capisco dove ho sbagliato, posso ancora guarire – come se la malattia, invece che fisica, fosse morale).

“Non è possibile opporsi” si diceva. “Ma si potesse almeno comprendere il perché di tutto questo! E anche questo non è possibile. Si potrebbe spiegare, se si potesse dire che non ho vissuto come avrei dovuto. Ma questa è una cosa che è impossibile riconoscere”.

Il potente Ivàn Il’ič cerca di scendere a patti con la morte e non accetta di non poterla dominare, di non poter controllare il dolore, gli stati di veglia e di incoscienza; nel vano tentativo di sentirsi di nuovo capace, influente, rifiuta persino i palliativi offerti dai medici, finendo solo per peggiorare la sua situazione.

Specularmente non accetta la sua condizione Evgenij, protagonista de Il diavolo che, nonostante una vita perfetta, con un lavoro fortunato e una moglie compiacente e allegra, rimane preda di una passione travolgente e incontrollabile per una contadina. Una passione così assurda e sbagliata, così smodata, animalesca e senza senso da poter essere solo opera di una figura demoniaca.

Quanto al racconto Karma, altro non è che una sorta di parabola che mischia valori cristiani al terzo principio della dinamica: il bene e il male fatti a qualcuno tornano invariabilmente al mittente. Niente di entusiasmante, a dire il vero, a differenza del più complesso, Camminate nella luce finché avete la luce. Ambientato nel I secolo dopo Cristo, il racconto mette in luce l’ipocrisia di una certa borghesia, apparentemente sempre pronta a rinunciare ad agi e privilegi, in realtà attaccata alle comodità con le unghie e con i denti.

I protagonisti sono Giulio e Panfilio, amici d’infanzia che scelgono strade opposte: Giulio, pagano, si dedica a una vita mondana, a tratti viziosa, dividendosi tra famiglia e amanti, lavoro e politica. Panfilio, di estrazione più umile ma di pari cultura, si rifugia invece in una comunità cristiana, retta dai principi della condivisione e della solidarietà. Ed è proprio il confronto tra i due ad animare la storia.

Più volte Panfilio cerca di attirare l’amico verso una vita più tranquilla e serena; Giulio, pur se attratto dal senso di pace che emana da Panfilio, non ha il coraggio di abbandonare il suo stile di vita. Ma invece di riconoscere la sua codardia, Giulio rimprovera al compagno di vivere fuori dal mondo, o empiamente, di predicare a sproposito, di fingere, di parlare in modo ipocrita. Nel confronto tra i due, Giulio ha i toni più accesi e arroganti e gli argomenti più deboli, spesso presi in prestito a conoscenti, mentre Panfilio, senza scomporsi, smonta volta per volta accuse, dubbi, false credenze dell’amico. Il problema – la bontà del vivere in modo cristiano – viene esaminato, fatto a pezzettini e ricomposto, rigirato, smontato e riguardato da un altro punto di vista. Al di là delle conclusioni, colpisce la profondità e l’insistenza del ragionamento. È una lunga gara a trovare la risposta arguta, d’effetto e definitiva.

Sarebbe impossibile e disonesto formulare un giudizio su un’opera che porta la firma di uno dei romanzieri più grandi di sempre; Sibaldi rimane affascinato dal rapporto con la morte e con il sesso (nella prefazione si accenna a descrizioni plastiche e dettagli vividi, sconcertanti per l’epoca). In realtà un altro tema molto presente è sicuramente la religione, intesa sia in senso intimo che sociale. Certo è il tipo di libro che richiede una lettura lenta e concentrata, una bella pausa da romanzi e altre distrazioni. Insomma, lasciate perdere se siete amanti dei thriller. Ma, soprattutto nel racconto che ho preferito, anche questo volume offre un qualche tipo di svago: non è sempre divertente assistere a una discussione ben argomentata?

  • Autore: Lev Tolstòj
  • Genere: Antologia di racconti (244 pp.)
  • A cura di: Igor Sibaldi
  • Filone: Letteratura russa
  • Traduzione: Igor Sibaldi e Serena Prina
  • Casa editrice: Mondadori
  • Anno di pubblicazione: 2017 (1999)

Nb. Per questo volume non sono riuscita a trovare edizioni corrispondenti alla mia su Amazon. Potete comunque trovare i racconti in questi libri



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