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La gabbia d’oro: Shirin Ebadi prigioniera nella propria terra

“La gloriosa Persia, lo sfortunato Iran”.

Da quando era scoppiata la guerra con l’Iraq, il regime si era accanito contro editori, giornalisti e scrittori, insomma contro chiunque potesse far sentire la sua voce attraverso la parola scritta.

Con La gabbia d’oro, Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, onora una promessa fatta alla sua migliore amica Parì: quella di raccontare la storia della sua famiglia, distrutta dalle rivoluzioni che hanno portato alla costituzione del moderno Iran. Lo scopo del romanzo è spiegato nell’epigrafe, tratta dall’opera di Alì Shariati:

Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti

shirin ebadi la gabbia d'oroEbadi non racconta le sue vicende personali, sulle quali quasi sorvola. Per riparare all’ingiustizia subita da lei e da tante famiglie, ripercorre più di un secolo della storia dell’Iran, prendendo le mosse dall’accordo con cui, nel 1901, fu concesso agli inglesi di sfruttarne i giacimenti petroliferi. Negli anni Trenta Reza Shah Pahlavi, in un tentativo di modernizzazione, impose l’occidentalizzazione del Paese, vietando alle donne l’uso dell’hijab. Durante il regno del figlio, Mohammad Reza Pahlavi, il deputato Mosaddegh riuscì a far approvare una legge per la nazionalizzazione del petrolio. Nominato Primo Ministro, Mosaddegh ridimensionò i poteri della corona, traghettando l’Iran verso la monarchia costituzionale. Il boicottaggio occidentale del petrolio diede allo Shah la scusa per destituire il suo primo ministro: con il suo arresto, la Storia si intreccia alle vicende della famiglia di Parì.

Teheran, anni ’50. Parì e Shirin si conoscono sin da piccole: l’amicizia delle rispettive madri lega indissolubilmente i destini delle due famiglie. Parì ha tre fratelli, Abbas, Javad e Alì. La morte del padre funge da elemento disgregante: se il serio Abbas diventa un militare al servizio di Mohammad Reza Pahlavi, Javad abbraccia la causa del Tudeh, il partito comunista iraniano. Alì, invece, trova conforto nella religione e nelle sue ferree regole, e diventa un fedelissimo dell’ayatollah Khomeini. Parì, l’unica in grado di guardare con distacco alle vicende politiche, tenta di mantenere unita la famiglia. Ma è inutile: tutti i suoi fratelli sono traditi dalle rispettive ideologie.

La storia di Parì è l’emblema della distruzione cui andarono incontro molte famiglie iraniane. Le idee politiche prima, o più tardi la paura di ritorsioni dopo un cambio di regime, crearono risentimenti e divisioni, costringendo molti cittadini all’esilio – inutile tentativo di sottrarsi agli omicidi politici.

“Zahra continuava a sentirsi pedinata e spiata. Alla fine ha deciso di lasciare il Paese… il marito non se l’è sentita di seguirla per diventare un commesso o un camionista. Stanno divorziando, dopo dieci anni di matrimonio”

Sullo sfondo della vicenda familiare, a determinarne gli esiti, il rovesciamento della monarchia, dopo la riforma del latifondo e quella del sistema amministrativo e scolastico (Rivoluzione bianca, 1963) e l’instaurarsi della Repubblica islamica sotto la Guida Suprema di Khomeini. Durante il suo regime, “lo sfortunato Iran” legalizza la poligamia e introduce l’obbligo del velo, adottando la corruzione come sistema per l’amministrazione della giustizia.

Nella storia Parì rappresenta l’occhio distaccato dell’osservatore: non lo è l’autrice, che combatte a favore della democrazia e dei diritti delle donne, ma la sua amica che sin da piccola la invoglia a seguire le mode occidentali, a farsi una risata sulle vicende politiche “per non rovinare la pelle”. È Parì a coniare l’espressione da cui deriva il titolo del libro: per lei la “gabbia d’oro” è quell’ideologia  che imprigiona i fratelli, aizzandoli l’uno contro l’altro. La conoscenza è il sapersi divertire, ignoranti sono i rivoluzionari khomeinisti che non sanno godersi la vita.

La storia, però, non può essere ignorata: irrompe egualmente nella sua vita, costringendola a prendersi cura di una madre “spenta” dai troppi dispiaceri, e in quella di Shirin, declassata da giudice a impiegata solo perché donna.

A muovere i personaggi, a determinarne gli esiti, è sempre la famiglia: se per i fratelli di Parì la famiglia è fonte di un destino negativo, la voglia di cambiare il mondo per le figlie rende Shirin un “gallo da combattimento”.

Le esecuzioni si erano fermate per il Ramadan… Se non fosse stato per la ricorrenza islamica, il mio nome comparirebbe nell’elenco delle vittime di assassini senza volto.

Nonostante la prigione, le torture fisiche e psicologiche, le spedizioni punitive dei temibili pasdaran, squadroni militari al servizio dell’ayatollah e “chiamati a una missione divina che sarebbe valsa loro la salvezza eterna”, inimicandosi il regime, Shirin si riappropria della sua professione e della dignità.

Nelle pagine de La gabbia d’oro c’è tutto il paradosso della storia dell’Iran: il suo fare avanti e indietro nella storia, il duplice rapporto con l’Islam, che da religione tradizionale diventa strumento di un potere perverso e arbitrario, ma soprattutto la delusione degli iraniani. Come in Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi, anche in questo libro l’autrice non nasconde che molta parte degli avvicendamenti politici furono sostenuti, anzi, chiesti a viva voce dalla popolazione. Durante il regno dello Shah Pahlavi, la popolazione tifò per l’ayatollah Khomeini, allora in esilio francese, organizzando manifestazioni e proteste al ritmo dello slogan:

“L’indipendenza, la libertà, la Repubblica islamica!”

Credevano in un miglioramento, ma le cose andarono diversamente.

Questo romanzo è un perfetto esempio di equilibrio tra narrazione e informazione. La trama, come dicevo, è emblematica – e vera, cosa che le conferisce ancora più valore – e attraversata da interi paragrafi di storia contemporanea. Questo, anche se interrompe il racconto, trasmette al lettore l’intreccio tra Storia e storie, e offre un ottimo espediente per approfondire le vicende di un Paese tutt’altro che lontano da noi.

P.S. Uno spunto di riflessione tratto dalla cronaca.

  • Autore: Shirin Ebadi
  • Genere: Romanzo
  • Filone: Letteratura iraniana
  • Traduzione: Ella Mohammadi
  • Casa editrice: BUR (saggi)
  • Anno di pubblicazione: 2008

Sullo stesso argomento: LEGGERE LOLITA A TEHERAN, di Azar nafisi

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