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“L’abbazia di Northanger”: dal peggio del romance nasce il meglio dell’estate

L'abbazia di Northanger Jane Austen recensione

Dopo un’estate all’insegna di letture variegate, posso dirlo: i classici ci salveranno. Tra romanzi storici e romance, esordienti, saggi e perfino i racconti di Tolstoj, il libro in testa alle mie preferenze è L’abbazia di Northanger, di Jane Austen (io l’ho letto nell’edizione MiniMammut di Newton Compton).

Attenzione: non parliamo né di Pride and Prejudice, né di Emma o dell’altrettanto famoso Mansfield Park, bensì dello sfortunato romanzo d’esordio della Austen. Sfortunato perché, come si legge nella prefazione di Riccardo Reim, fu pubblicato postumo (1818) pur essendo pronto per le stampe già quindici anni prima, e perché, anche dopo la diffusione, non ha mai avuto il successo di pubblico che meriterebbe.

Quello che colpisce in questo romanzo non è tanto la storia: la trama, al contrario, è volutamente inverosimile. Dico volutamente perché, come sottolinea nuovamente il curatore, il libro vuole parodiare due generi, il romanzo sentimentale e quello gotico, per cui esaspera gli elementi peggiori del primo e del secondo. Altra conseguenza di questa scelta è la suddivisione della storia in due parti: la prima si svolge a Bath, capitale della vita in società e degli intrighi amorosi; la seconda, invece, è ambientata proprio nell’antica e tenebrosa abbazia di Northanger, tra cassapanche misteriose e stanze chiuse a chiave.

L’aspetto più interessante, comunque, è lo stile ironico della scrittrice, che prende in giro tutti i suoi personaggi femminili, a partire dalla protagonista. Catherine, infatti, viene indicata come la «nostra eroina»: eppure la ragazza può essere considerata ingenua, comune, sciocca, infantile e fantasiosa… ma di sicuro non eroica, come non ha niente di pericoloso e di coraggioso la sua storia.

Catherine Morland, 17 anni, vive tra i brividi dei romanzi gotici e quelli della vita di periferia. Grazie alla benevolenza dei signori Allen, fa il suo ingresso in società a Bath, dove stringe amicizia con Isabella Thorpe. La signorina Thorpe è l’opposto della sua amica: tanto Catherine è ingenua, timida ed estranea ai sotterfugi, quanto Isabella è finta e costruita, dice sistematicamente il contrario di ciò che pensa (soprattutto quando finge di essere offesa dalle attenzioni dei gentiluomini) e attribuisce a Cath le sue macchinazioni.

«Col tuo modo di fare vai in cerca di complimenti! Le attenzioni di lui erano tali che perfino un bambino se ne sarebbe accorto. E solo una mezz’ora prima che partisse da Bath tu lo hai incoraggiato».

Mentre Isabella cerca di farsi sposare da James Morland, fratello della protagonista, Catherine s’invaghisce di Henry Tilney: il nostro principe azzurro, molto diverso dal ritroso Mark Darcy, è un campionario vivente di buone maniere, come venivano intese nella Bath di inizio Ottocento.

«Davvero!», disse lui con affettata meraviglia.
«E perché mai se ne meraviglia, signore?»
«Perché?», disse lui col suo tono naturale di voce. «Perché la sua risposta deve suscitare in me una qualche emozione, e la meraviglia si finge con facilità e non è meno plausibile delle altre. (…)»

È proprio la famiglia Tilney a invitare la giovane Morland all’abbazia di Northanger, dove la nostra eroina, prima di attraversare sventure personali e altri “eroici” fraintendimenti, si mette a caccia di fantasmi, segrete e misteri. E mentre l’ingenua Catherine immagina terribili delitti, ignora completamente le malefatte (e le malelingue) del bel mondo, che pure influiranno tanto sulla sua vicenda.

Jane Austen la prende in giro per questo e l’effetto è decisamente comico; mentre gli altri personaggi, con le loro doppiezze e le loro formalità, sono semplicemente ritratti, descritti (ma è chiaro da che parte debba stare il lettore). Così accanto a Isabella, civettuola e doppiogiochista, ci sono l’arroganza e le smargiassate di John Thorpe, e la svanita signora Allen, che sa parlare solo di merletti e pizzi, e l’orgoglioso generale Tilney (un falso gentiluomo, a differenza del figlio Henry). Quanto alla signorina Morland, scrive Austen all’inizio del romanzo:

Cadere in disgrazia agli occhi del mondo, indossare i panni dell’infamia quando il cuore è tutto purezza, le azioni tutte innocenza e solo la cattiva condotta altrui è la causa vera dell’abiezione, è una circostanza peculiare della vita di un’eroina ed è la sua fortezza in questi casi a nobilitarne il carattere.

Ancora una volta, però, in Catherine non c’è nulla di così deciso: né la purezza (è solo molto ingenua) né la fortezza di carattere. Al contrario, è forse l’unica «eroina» la cui vita sia totalmente preda delle azioni altrui e persino il finale (la parte più debole del romanzo) è la conferma di quanto la sua vita sia definitivamente in balia degli altri.

  • Titolo originale: Northanger Abbey
  • Autore: Jane Austen
  • Genere: Romanzo (192 pp.)
  • Filone: Letteratura inglese, Classici
  • Traduzione: Elena Grillo
  • Casa editrice: Newton Compton
  • Anno di pubblicazione: 2018 (1818)


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