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“Lolita”, la lunga confessione di un miserabile poeta

Lolita copertina libro

Sono come uno di quei ragni pallidi e gonfi che si vedono nei giardini antichi: insediati nel mezzo di una tela luccicante, danno piccoli strattoni a questo o quel filo. Mentre sto seduto come un mago scaltro sulla mia sedia, aguzzando l’orecchio, la mia ragnatela è tesa su tutta la casa. È in camera sua, Lo?

Benvenuti nella testa di un pedofilo. Perché è così che lo immaginiamo: un essere immondo e volgare, con desideri viscidi e insaziabili. Un ragno peloso che tende la sua tela intorno alla sua piccola preda innocente e inconsapevole.

Ora prendete una scopa immaginaria e spazzate via ragno e ragnatela: sebbene sia universalmente noto che è di questo che parla Lolita, una relazione tra un uomo adulto e una bambina, l’immagine del ragno non descrive la situazione narrata da Vladimir Nabokov, se non lateralmente. Eppure è un’immagine evocata dallo stesso Humbert Humbert: protagonista e voce narrante del romanzo, è un professore europeo incline ad invaghirsi delle «ninfette», le bambine. Ma non tutte: solo quelle che mischiano «un’infantilità tenera e sognante» ad «una sorta di raccapricciante volgarità, che discende dalle stucchevoli fotomodelle della pubblicità e delle riviste» (siamo in America nella «fatale estate del 1947»).

H. H. perde la testa per la dodicenne Dolores Haze (detta Lo, Dolly, Lolita) e, per una serie di accidenti del destino, in parte cercati e in parte subiti, si trova ad avere un controllo esclusivo sulla sua vita. Fingendosi suo padre, Humbert rapisce Lolita e la trascina per un viaggio in lungo e in largo per l’America, facendone al contempo la sua bambina viziata e la sua amante.

Il rapporto tra i due è duplice: non solo Humbert è predatore, ma è anche la piccola Dolores che, in una prima fase, si diverte a stuzzicarlo, con un misto di malizia adolescenziale e incoscienza. Humbert compone il romanzo come una lunga confessione, e nella sua versione dei fatti sembra suggerire che, se non fosse stato per Lolita e per la morte di sua madre, i suoi desideri sarebbero rimasti pure fantasie. Così H. H. descrive se stesso e i suoi compari:

Noi non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza di adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un’unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai.

Poeti che idealizzano le «ninfette» e forse non le toccherebbero mai. E l’aspetto straordinario del libro è che il lettore finisce per credergli, o addirittura per comprenderlo. Del resto, nonostante l’argomento trattato (che indusse diversi editori americani a rifiutare la pubblicazione del romanzo), non c’è nulla di volgare o pornografico nella scrittura, quasi nessun riferimento esplicito, se non quel tanto che basta a far comprendere definitivamente al lettore tutti gli aspetti della relazione tra Dolly e Humbert. In questo senso, Lolita è decisamente meno impressionante di alcuni (a mio giudizio illegibili) racconti di Bukowski.

Sia pur considerando tutta l’autoindulgenza del caso, Humbert non appare come un pervertito, ma come un uomo spaccato tra istinto e razionalità, tra desiderio e senso di colpa.

«Mentre il mio corpo sapeva per che cosa spasimava, la mia mente respingeva ogni suo appello».

A differenza delle altre, inconsapevoli ninfette, Lolita all’inizio sembra stare al gioco. E anche se poi vi rimane impigliata, la combattiva e capricciosa Lo a tratti approfitta della situazione. Il suo destino, del resto, è segnato: dopo la morte della madre, può piangere e gridare, può rinfacciare ad Humbert le sue azioni, ma «Vedete, non c’era altro posto al mondo dove potesse andare…».

E così andammo all’est, io più devastato che ringagliardito dal soddisfacimento della mia passione (…). Eravamo stati dappertutto e non avevamo visto nulla. E oggi mi sorprendo a pensare che il nostro lungo viaggio abbia solo sfregiato con una sinuosa linea di fango la magnifica, fiduciosa, sognante enorme terra che per noi, retrospettivamente, era solo un insieme di cartine con le orecchie, guide squinternate, pneumatici consunti e i suoi singhiozzi nella notte – ogni notte, ogni notte – non appena io fingevo il sonno.

Non c’è nulla di scontato in Lolita, una figura incredibilmente attuale: con le sue birichinate, e un po’ per sfida all’odiata madre, si mette nella rete da sola, proprio come alcune adolescenti possono fare con un uso inconsapevole di internet. Ancor meno scontata è la descrizione di Humbert, un personaggio che, nonostante la sua perversione, non riusciremo ad odiare, ad additare come un mostro, ma semmai a commiserare.

(…) Nulla avrebbe potuto far dimenticare alla mia Lolita l’immonda lussuria che io le avevo inflitto. A meno che qualcuno riesca a provarmi – a me come sono ora, oggi, col mio cuore e la mia barba e la mia putrefazione – che a infinito andare non avrà la minima importanza che una fanciulla nordamericana di nome Dolores Haze sia stata privata della sua infanzia da un maniaco, a meno che qualcuno riesca a provarmi questo (e se qualcuno ci riesce, allora la vita è una farsa), non vedo nessun’altra terapia per la mia infelicità se non il melanconico, localissimo palliativo dell’arte espressiva.

Lo so: la «sinuosa linea di fango» che a tratti emerge nella storia vi scoraggia dall’intraprendere questo libro. Ma posso assicurare che non ne resterete scandalizzati, né disgustati; al contrario, sarete affascinati dalla profondità dell’analisi delle due personalità protagoniste.

  • Autore: Vladimir Nabokov
  • Genere letterario: Romanzo (395 pp.)
  • Casa Editrice: Adelphi
  • Anno di pubblicazione: 1955
  • Traduzione: Giulia Arborio Mella

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